POSSO SCENDERE DALLA GIOSTRA?

scendere dalla giostra

Ovvero, ogni bel gioco, prima o poi, annoia.

Hai presente, nanetta mia, quei simpatici giocattoli da scrivania per grandi? Quelli con una serie di palline metalliche messe in fila, una accanto all’altra, che vengono fatte oscillare? I pendoli di Newton li chiamano, e vengono usati per mostrare, ai grandi appunto, che hanno sempre bisogno di vedere, la teoria della conservazione della quantità di moto ed energia o, come erroneamente dicono, il moto perpetuo.

Lo so che tu non hai idea di cosa stia parlando, ma quelle palline infernali mi vengono sempre in mente quando, a fine serata, stanca e con la voglia di sprofondare nel divano, mi trovo ancora a correre dietro alle cose da fare in casa. E ad ogni passo sento il ticchettio, eterno, del loro continuo oscillare.

Me lo dicevano le altre donne, altre mamme lavoratrici, che la vita poi diventa come una giostra.

E io non le ho mai sottovalutate per carità; onestamente, credevo però si potesse prendere una pausa da tutto questo, o almeno rallentare. E invece no, non si può. E non si può per un motivo molto semplice: un cedimento, un rallentamento o uno stop temporaneo comporta spesso una serie di sfighe a pioggia che si protraggono nel tempo. Sì, posso sembrarti melodrammatica, ma ho lavorato per una compagnia teatrale non scordarlo. Si tratta comunque della verità nuda e cruda: per una sera che passo a grattarmi la pancia sul divano sconto un due/tre giorni di lavori accumulati.


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Ragionare con due giorni di anticipo, per essere sicura che qualsiasi contrattempo al lavoro non abbia ricadute sulla vita familiare.

Ma è davvero così? Davvero questo modo di fare non porta conseguenze per le persone intorno a me? Io li vedo i miei figli, li sento quando mi chiedono di fermarmi a guardare un film con loro, a leggere la striscia di un fumetto che li ha fatti ridere. Lo sento mio marito quando annuncia con soddisfazione la programmazione di un film che, lui, guarderà comodamente seduto e con i figli accanto. E sento me rispondere “Adesso non posso amore, mamma ha da fare! Dopo, tra cinque minuti”. Che inevitabilmente diventano mezz’ora, un’ora. Mai.

Tante volte ho letto dell’importanza di rallentare, di ritagliarsi spazi per sé stessi e per chi abbiamo vicino: figli, marito, famiglia, amici. Ma ho sempre pensato che fossero chiacchiere facili e basta.

Ho trovato però la riflessione fatta da Valentina Piccini (l’ironica penna “in equilibrio” del blog Mamme a Spillo) dopo la nascita del suo quarto figlio: un neonato se ne frega dei tuoi impegni, quando ha bisogno chiama, e tu devi fermare tutto e occuparti di lui. Per forza. Ora, i miei figli non hanno più “l’età beata”, di cui lei parla, in cui possono permettersi di non interessarsi al contesto, ed hanno imparato anche loro presto – come i figli di ogni lavoratrice – ad adattarsi a ritmi e routine imposte.

Ma è davvero giusto così?

Per noi e per gli altri, è giusto non sforzarsi mai di rallentare un po’? Davvero non riusciamo mai a mettere da parte un impegno, un passaggio del nostro trantran quotidiano per “concederci” a chi reclama un po’ di attenzione? Le cose da fare sono sempre molte, la società moderna pretende molto e ci assorbe, ma in questo modo ci trasforma in una fila di palline metalliche che non smettono mai di muoversi.


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E no, accidenti nana mia, io non ci sto. Perciò ti dico: ricordati di scendere dalla giostra ogni tanto, chè se riporti i piedi in terra e salti un giro, ti diverti molto di più a quello successivo.


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I GRANDI E LE DELUSIONI

I delirii online che riverso in questo diario pubblico partono tutti da una riflessione anzi, da una domanda alla quale non riesco ancora a dare una risposta.

Quand’è che una persona diventa grande?

Dipende dall’età? A guardarsi intorno non si direbbe. Magari dal ruolo che uno ha nella società? Non credo. E allora cosa succede, cosa deve scattare nella testa di qualcuno per dire che è “diventato grande”?

Ci ho pensato tanto e mettendo insieme quel che vedo, sento, e quel che vivo, mi sono data una possibile spiegazione.

Si diventa grandi quando si riesce a schermarsi, bene, dalle delusioni.

Ci ho fatto caso: chi riesce a fare spallucce quando le cose non vanno come aveva pensato, o programmato, non solo vive meglio (ovvietà), ma riesce a superare il problema rappresentato dall’intoppo molto più alla svelta. Dico una cosa banale? Magari si, magari per gli altri. Per me è stata un’epifania, una folgorazione sulla via di Damasco, il famoso velo caduto.

Adesso me lo spiego perché io non mi sento grande.

Quando una persona, o una situazione, in cui avevo riposto molte aspettative mi deludono profondamente resto bloccata per un periodo indefinito, sospesa tra l’amarezza, l’autocritrica e lo smarrimento. Perché nelle relazioni, nelle situazioni che mi scelgo io investo molto, in termini di tempo, di pensiero, di energie. E tutto questo investimento costa fatica, spesso anche fisica, ma lo faccio volentieri quando penso che l’altra persona ne valga la pena.
Poi però succede che questo impegno non venga riconosciuto o, peggio, calpestato soprattutto da chi ha sempre usato la propri sensibilità come vessillo di una inesistente empatia. E in quei casi la delusione è davvero cocente. E il senso di impotenza che ti assale. Perchè, di fatto,in questi casi non si hanno difese. Non se sei piccolo, almeno.

I grandi, quelli veri intendo, scrollano le spalle e ripartono di slancio.

O almeno così dicono. Così vogliono farti credere. E magari pure loro sotto sotto rosicano, ma sanno come uscire dall’empasse senza fare figure barbine.

A me non riesce, quanto meno non ancora. Ecco perché ho l’assoluta certezza che no, non sono grande e mi serve del tempo per diventarlo. Resto ancora senza parole quando mi sento ferita, totalmente inerme. E si vede. Come ieri, quando mi sono trovata a respingere un’accusa orrenda da parte di una persona in cui avevo risposto grande fiducia. E speranza.

Speranza, questa è la chiave.

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La delusione per me è il tradimento di una speranza, evidentemente mal riposta, che in questo mondo non ci siano solo cinismo, egoismo, opportunismo e avidità. Purtroppo sono molti gli indizi che dicono che invece è così, e in questo mondo allora no, non voglio diventare grande.

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ANCHE I GRANDI CAMBIANO.

Ma alla fine, cambiare vuol dire crescere o no?

Eraclito diceva “Non c’è nulla di immutabile tranne l’esigenza di cambiare“. Affermazione quanto mai vera. Pensaci nana, quante volte nel corso dei tuoi cinque anni hai desiderato quello che non avevi? Quante volte hai voluto qualcosa di diverso rispetto a ciò a cui sei abituata? Tante, lo so, perché è nella natura umana, soprattutto nanifera, volere “anche altro”.
Ma dai bambini ci si aspetta questo ed altro, no? Che vogliano il gioco dell’amico, che desiderino la versione più evoluta del videogame, che si stanchino presto di quello che stanno facendo. La domanda vera è: da grandi, riusciamo a trovare un punto di equilibrio, un punto di arrivo in cui essere finalmente soddisfatti di ciò che abbiamo senza necessariamente andare alla ricerca di “altro”?
A quanto pare no. Anche i grandi soffrono della sindrome del perenne cambiamento. Alcune ricerche dimostrano che, ogni anno, due persone su tre pianificano importanti cambiamenti nella loro vita. Che si tratti della ricerca di un nuovo lavoro, l’acquisto di una nuova casa o di un cambiamento interiore, quasi il 70% della popolazioen adulta continua a tendere verso il cambiamento. Non ci fermiamo, non siamo contenti, non siamo soddisfatti. Mai.
Certo questo non vale per tutti: ci sono persone che preferiscono restare dove sono, più per paura delle novitò che per vera soddisfazione. ma ti cinfesso che leggere di quella ricerca mi ha consolato. Mi descrive perfettamente, IO sono così! Sono sempre stata così. Pensavo di avere un problema, con questa perenne ricerca di qualcosa di “altro”; pensavo di essere come te, una bambina perennemente scontenta che si stanca subito del gioco nuovo. Invece no, sono solo una come tanti altri adulti. E ho fatto dell’esigenza di cambiare uno stile di vita. Come una crisalide.
Certo, i miei risultati non sono sempre stupefacenti come le ali di una farfalla, anzi, qualche volta nemmeno arrivano. Tuttavia gli insuccessi non mi scoraggiano e, soprattutto, non fanno venire meno il mio desiderio di evolvere e di migliorare.
No, non ti sto consigliando di saltare di fiore in fiore come una farfalla nana mia, quello sì che sarebbe patologico; i cambiamenti vanno ponderati con attenzione, pianificati, e non sono poi tanti quelli che meritano di essere perseguiti seriamente. Ma ho imparato con il tempo che desiderarli non è sbagliato, non è indice di immaturità o inaffidabilità. E ammesso e non concesso che sia “da bambini” volere sempre qualcos’altro, chi lo dice che agire da grandi in questi casi porti più lontano?
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MA DA GRANDE, I GRANDI LI CAPISCI?

caprire i grandi

Io questa domanda, cara la mia nana, me la sono fatta molte volte e non solo a cinque anni. Perché è vero, a volte i grandi non sono facili da capire, le dinamiche che guidano i loro rapprti, le motivazioni dietro le loro scelte non possono essere decifrate da chi usa una tovaglia come mantello.

I grandi sono un gran casino, a dirla tutta.

Perché da grandi, spesso, si perde il senso delle cose importanti; si, lo si dice “l’importante è la salute, avere vicini i propri affetti”, ma poi di fatto nella vita di tutti i giorni, i grandi si incazzano per cose che, nella logica di una bambina di cinque anni, sono totalmente illogiche. Il lavoro, il traffico, il posto macchina lontano, il collega, gli impegni, il bicchiere con l’acqua che si rovescia. Sembra che ogni cosa che non va per il verso giusto debba scarturire una reazione rabbiosa. E poi la fretta, il tempo che sembra non bastare mai, e “dai che ho da fare, sbrigati che devo passare dal macellaio, e muovitiiiii!”

E io questo pensavo a cinque anni, in pratica quando ero  come te anzi, quando ero te:

da grande uno è sempre di corsa e sempre arrabbiato.

C’è un’altra cosa che non si capisce dei grandi:

il modo di gestire i segreti.

Da bambino, ma pure da adolescente su, quando un tuo amico ti confida un segreto fai mille spergiuri sul tuo silenzio, e te lo porti fino alla tomba, perché quella confidenza, quel momento in cui un cuore si apre ad un altro, ti fa sentire legato ad una persona, vicini come altri non possono capire, speciale.

I grandi no, i segreti non li sanno tenere. Giocano al telefono senza fili, solo che lo fanno in piccoli gruppi e non nella stessa stanza; si sussurrano le cose che “oh, ma io non te l’ho detto” e ammiccano. Quello che non cambia è il risultato finale: il messaggio arriva comunque a destinazione completamente falsato e generalmente crea molto più scompiglio di quanto non farebbe la notizia in sé.

“Mah, tanto quando divento grande le capisco pure io queste cose”.

Ecco io questo pensavo, tu lo sai no? Solo che no, adesso che in teoria ho l’età dei grandi, io, i grandi, mica li capisco! Deve essere vero quello che dicono, essere grandi non è una condizione legata all’età; magari devi esserlo dentro, devi esserlo a prescindere e da sempre.

Avrebbero dovuto spiegarmelo però, a 5 anni, che mi stavo illudendo, che passate le elementari da A a B non si riesce ad andare più in linea retta. Non si riesce, perché veniamo pian piano catturati da un sistema che ci costringe a costruire tante di quelle sovrastrutture, tanti di quei cliché e luoghi comuni che non riusciamo più a vivere senza. No, non esagero affatto. Vuoi un esempio? L’abito fa il monaco per i grandi, eccome!

E quei pochi (disgraziati!) che non si ritrovano in questo meccanismo sono considerati ingenui e naïf. Disadattati comunque.

Certo, ovvio: anche io rientro in questa categoria, cosa credi? Me ne sono accorta da tempo ormai, la maggior parte dei grandi, anziché suscitarmi sentimenti di solidarietà mi sciocca a morte. E non ridere tu lì, perché hai una fretta terribile di superare sti maledetti cinque anni, che sono invece la tua salvezza. E tu non lo sai.

Photo credits: Freepick

I BILANCI DEI GRANDI

seasons greetings

Quando diventi grande i pochi giorni che precedono il Natale, o le feste di fine anno in generale, le passi a fare bilanci su quanto fatto nel corso dell’anno che sta per finire.

E’ una cazzata mondiale!

Sti bilanci, tanto per cominciare, non quadrano mai. Non quadrano perché all’inizio dell’anno ci poniamo obiettivi non realistici sull’onda emotiva dei recenti fallimenti. Abbiamo la tentazione di recuperare quello che non abbiamo fatto tutto insieme, come quando al liceo ti facevi l’impanzata di filosofia prima dle compito, una strage! E chiediamo troppo a noi stessi, siamo tremendamente seri e pallosi quando stiliamo la “lista degli obiettivi per il prossimo anno”.

Basta, sfatiamo sto mito.

Per la fine di questo 2016 io non farò bilanci, sono viva e già è tanto, considerando tutta la gente che è morta in questo anno. E per quello che verrà, per il 2017, ecco la mia “to do list”.

  • voglio portare la mia famiglia all’estero un fine settimana, l’inglesaccio ok ma soprattutto i mostri. Voglio divertirmi nel vederli trovare la loro via per comunicare con chi non parla la loro lingua, voglio vederli assaggiare una cosa che qui non troverebbero mai, voglio sentire dalle loro voci cosa provano a sentirsi “diversi” dalla massa;
  • voglio comprarmi un colouring book e darci dentro di pastello a cera come se non ci fosse un domani. E’ un’altra maniera di staccare la spina.
  • voglio imparare ad usare due funzioni di Photoshop, lo scontorno e la sfumatura. No, non mi cambierà la vita, ma mi renderà un po’ più autonoma nel mio lavoro ed eviterà alla mia collega la rottura di balle di passarmi sempre il file mezzo lavorato. E poi voglio impararlo.
  • voglio andare ad un concerto con l’inglesaccio. Si lo so, gli fa male la schiena, poi non ama la ressa ed è asociale. Per una sera farà eccezione: ha bisogno anche lui di scrollarsi le mille sovrastrutture che si è costruito in quasi 45 anni di vita e voglio vederlo scatenarsi sul serio!!
  • voglio vivere di momenti. Non in senso assoluto, io sono una che pianifica e incastra impegni ed eventi per avere sempre tutto sotto controllo, non posso cambiare così tanto e francamente non ci tengo. Ma voglio vivere i momenti inaspettati anzichè contrastarli, voglio gustarmi quelli belli che capitano quando sei impegnato a fare altro. Voglio vivere di momenti.
  • voglio trovare il tempo per gli amici. Formare una famiglia, comprare una casa, affrontare qualche difficoltà con i figli, sono tutte cose importanti che ci assorbono tempo ed energia e fanno parte di una routine in cui tutti, con tempi diversi, ci troviamo. Io voglio avere il tempo di fare una chiamata con calma, di presentarmi sotto casa per un caffè, di preparare un piatto di pasta per 10 all’ultimo minuto. Voglio vivere di momenti anche con loro.

A te, nana del mio cuore, un augurio speciale: che questo nuovo anno ti porti sorrisi, fiori, corse in bicicletta, i cartoni con le amiche, la treccia alla francese e la gonna a ruota.

Per il resto c’è tempo, quando diventerai grande.

Buone Feste!

CIRCONDATA DAI GRANDI: VITA COI COLLEGHI

vita con i colleghi

Una delle prime cose che ti invitano a fare, man mano che diventi grande, è imparare a condividere: il tuo gioco con l’amico di scuola, la cameretta col fratellino, la girella di liquirizia con papà, che sennò deve fare il metadone.

Ma da grandi, come si condivide?

Io sulla condivisione sul posto di lavoro ci potrei scrivere un libro. Non perché sia particolarmente  generosa, quanto piuttosto perché ho sperimentato varie situazioni e, per ognuna di loro, ho dovuto trovare la quadra del cerchio.

Vado quindi ad illustrare (non vedevate l’ora, lo so) le varie tipologie di “colleganza” e condivisione annessa.

1. Colleghi in lontananza (livello: easy)

Il primissimo contratto che ho firmato prevedeva che gestissi i rapporti commerciali per un’azienda napoletana a Roma. E il loro showroom nella Capitale. Tutti gli altri colleghi erano a Napoli, la condivisione in questo caso si limitava alla spedizione di un fax alla sera e un aggiornamento telefonico settimanale. Certo, le giornate trascorrevano un po’ in solitaria e nessuno era in ufficio a pararmi il cosiddetto se tardavo nel traffico o se dimenticavo qualcosa. Ma avevo pieni poteri sulla scrivania, sul pc (erano i tempi di Campo Minato!) e soprattutto il bagno era solo mio!

2. Colleghi uomini (livello: tricky)

Un ufficio di soli uomini presenta una serie di vantaggi non indifferenti: ti aprono le porte, notano se hai tagliato/tinto/ acconciato i capelli in maniera diversa, ironizzano sullo smalto dark (ma lo hanno notato!), non devi fare mai lavori pesanti (“Lascia, la cassa la sposto io!”) e, ancora una volta, un bagno è tutto tuo! Sei trattata un po’ da principessa, a patto di ricambiare con piccole attenzioni: ad esempio io alle 11 in punto distribuivo caffè e chiacchiere per il corridoio, ricordavo compleanni e appuntamenti e, soprattutto, non parlavo di matrimonio/arredamento/”Grey’s Anatomy”/sindrome pre-mestruale nei momenti collettivi. Certo, era un po’ penalizzante non commentare la figaggine incommensurata di Patrick Dempsey nella puntata della sera prima, ma grazie a Dio si recupea con qualche sms arrapato alle amiche.

3. Solo colleghe donne (livello: high risk)

Oh, e qui rido. Rido perchè ho visto sfatati tutti i miti sull’impossibilità, per le donne, di collaborare tra loro per la velata tendenza (questo un po’ si) all’invidia reciproca. La maggior parte della mia vita lavorativa l’ho passata in mezzo ad altre donne, di età diverse, provenienze diverse e con esperienze diverse, un mix potenzialmente esplosivo ogni volta. Invece in ogni ambito ho trovato sempre molto rispetto e solidarietà. Per non parlare del fatto che si poteva sbavare su Dempsey davvero senza ritegno. Certo, il bagno qui non è più appannaggio esclusivo, ma quando ti arriva il ciclo all’improvviso, o ti invitano ad un happy hour e tu sei pettinata tipo Crudelia e non hai un filo di rossetto, eh, lì si che la toilette condivisa torna utile! In breve, per me il female bonding esiste eccome, a patto che si sia allo stesso livello della scala gerarchica. Dove ho trovato veramente difficoltà di condivisione, dialogo e collaborazione femminile è stato nelle situazioni col capo donna. Se la virago in questione ha raggiunto la posizione per meriti (quasi sempre a scapito di una vita privata), l’infelice tendenza delle collaboratrici a voler rincasare per dormire la disturba; se invece al vertice è arrivata per vie agevolate, le sottoposte sono tutte minacce potenziali, quindi variamente sottomettibili. Ma a lungo andare le lacune vengono fuori, perché una donna arrabbiata sa fare le pulci come nessun altro al mondo.

4. Colleganza mista (livello: happiness)

La mia situazione attuale. La conversazione spazia dal calcio alla cottura con forno ventilato, dall’outfit per il weekend ai consigli per la rinite del gatto, dal reboot del pc alla gnocca.

vita coi colleghi
Il confronto/scontro, una delle gioie della “colleganza”!

Non ci si annoia mai, va detto, e si impara molto sull’altro sesso. Non è che questo migliori poi tanto la vita di coppia eh nana, io ti avverto preventivamente; piuttosto si, impari a riconoscere certi meccanismi, che per comodità chiameremo “tare”, e a metterti l’anima in pace prima. Molto prima.

 

Photo credits: Pixabay e Designerspics

 

QUANDO UN NANO TI CAMBIA LA VITA: IL LAVORO DA MAMMA

quando il nano ti cambia la vita

Quando io e il britannico abbiamo deciso che ci necessitava un altro giocatore di Tressette, non avevamo idea del guaio, enorme e bellissimo, in cui ci saremmo andati a cacciare. Perché, nana mia te lo dico, hanno ragione quando ti dicono che fare il gentore è complicato, ma tanto finché non ti ci trovi non ci credi.

Quando poi cresci, anche senza diventare grande, te ne accorgi.

Non voglio tediarti con tutte le epifanie tardive che ho avuto, d’altra parte non è che una lo sa a 5 o a 16 anni che fare la madre è una fatica ercùlea. Una se la gode no, a quell’età. Ti basti comunque sapere che i cambiamenti che sarai costretta ad affrontare sono tanti, tantissimi. E quando penserai di aver fatto il grosso, ti capiterà di rimettere in discussione certezze che avevi creduto granitiche.

Il lavoro è una di queste. Anche la più emancipata delle donne, la più libera da sovrastrutture inutili,  la più figa in breve, dovrà fare i conti col nuovo ménage e il tetris pazzesco in cui si viene catapultati. E ti trovi costretta a cambiare molte cose.

Io, ad esempio, ho cambiato lavoro.

Dopo quasi cinque anni passati a lavorare come tour leader, durante i quali ho avuto due figli e cambiato Regione, ho capito che per quanto amassi il mio lavoro non avrei potuto conciliarlo serenamente con la maternità. So che altre ragazze lo hanno fatto, e le ammiro – e invidio! – moltissimo. Ma, vuoi per carattere, vuoi perché anche il britannico era sempre in viaggio, vuoi perché nessuno mi ha mai spronato davvero a resistere, ho ceduto alla tentazione di un posto fisso in un ufficio. Cinque minuti di macchina (sette se alla rotatoria hai l’omino col cappello davanti), otto ore più o meno fisse, gestione “casa&bottega” meno problematica. Ho iniziato a lavorare in un’agenzia di comunicazione.

“Mi hanno cercata loro, pensa!”

Andavo ripetendo sta frase a chi si informasse della mia condizione lavorativa. Sorpresa, io stessa, di come il piccolo centro fosse maledettamente operativo col passaparola. Avrei dovuto saperlo che le “botte di culo” secche esistono solo nei film e quelle nella vita reale, invece, hanno un costo.

quando un nano ti cambia la vita
Magari un tantinello enfatica, si, ma per rendere il concetto!

Il mio è stato la libertà. Avevo trovato, nei viaggi, nei congressi, nei congressisti, nelle colleghe (le mie adorate colleghe!), nella mia natura gitana la mia dimensione, il mio Nirvana. E anche se so che non è politicamente corretto, quella stessa dimensione non la ritrovo la sera varcando il portone di casa: trovo risate, braccia al collo, cene da preparere, racconti di scuola, panni sporchi e tanto amore, ma non quel senso di soddisfazione personale, intima, che avevo prima.

Sai quale sarà la cosa difficile nana? Fare in modo che i due nuovi giocatori di Tressette non lo scoprano. MAI.

 

Photo credits: Librestock